La prospettiva della Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT)
Molte persone che hanno attraversato uno o più episodi depressivi riescono a uscirne, anche con successo. Tuttavia, il rischio di ricaduta resta elevato: secondo numerosi studi, chi ha avuto un episodio di depressione ha circa il 50% di probabilità di ricaderci; dopo due o tre episodi, questo rischio può superare il 70–80% (Burcusa & Iacono, 2007; Judd, 1997).
Secondo gli autori della MBCT (Zindel Segal, Mark Williams e John Teasdale) questo accade non perché la depressione “torna da sola”, ma perché le tracce lasciate dagli episodi precedenti restano attive nel funzionamento mentale. In particolare, pensieri, emozioni e stati d’animo che si presentano in situazioni difficili possono riattivare automaticamente vecchi schemi depressivi, senza che la persona ne sia pienamente consapevole.
Un momento di tristezza, stress o stanchezza può, ad esempio, innescare pensieri del tipo: “Ecco, ci risiamo”, “Non ce la farò mai”, “Sto di nuovo cadendo”. Questi pensieri, se non riconosciuti, possono alimentare un circolo vizioso di ruminazione mentale, autocritica e sfiducia, gli stessi meccanismi che hanno sostenuto la depressione in passato (Teasdale, 1999).
La MBCT interviene proprio su questo punto cruciale: aiuta a riconoscere precocemente questi segnali mentali e corporei, a interrompere i vecchi automatismi e a rispondere con maggiore consapevolezza e stabilità. Coltivando la presenza mentale, la gentilezza verso se stessi e una diversa relazione con i propri pensieri ed emozioni, è possibile ridurre significativamente il rischio di ricaduta (Kuyken et al., 2016 – The Lancet).
Riferimenti scientifici
Kuyken, W., Warren, F., Taylor, R. S., et al. (2016). Efficacy of Mindfulness-Based Cognitive Therapy in prevention of depressive relapse: An individual patient data meta-analysis. The Lancet Psychiatry, 3(6), 498–506.
Burcusa, S. L., & Iacono, W. G. (2007). Risk for recurrence in depression. Clinical Psychology Review, 27(8), 959–985.
Judd, L. L. (1997). The clinical course of unipolar major depressive disorders. Archives of General Psychiatry, 54(11), 989–991.
Segal, Z. V., Williams, J. M. G., & Teasdale, J. D. (2002). Mindfulness-Based Cognitive Therapy for Depression: A New Approach to Preventing Relapse. Guilford Press.
Teasdale, J. D. (1999). Emotional processing, three modes of mind and the prevention of relapse in depression. Behaviour Research and Therapy, 37, S53–S77.
La prospettiva della Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT)
Molte persone che hanno attraversato uno o più episodi depressivi riescono a uscirne, anche con successo. Tuttavia, il rischio di ricaduta resta elevato: secondo numerosi studi, chi ha avuto un episodio di depressione ha circa il 50% di probabilità di ricaderci; dopo due o tre episodi, questo rischio può superare il 70–80% (Burcusa & Iacono, 2007; Judd, 1997).
Secondo gli autori della MBCT (Zindel Segal, Mark Williams e John Teasdale) questo accade non perché la depressione “torna da sola”, ma perché le tracce lasciate dagli episodi precedenti restano attive nel funzionamento mentale. In particolare, pensieri, emozioni e stati d’animo che si presentano in situazioni difficili possono riattivare automaticamente vecchi schemi depressivi, senza che la persona ne sia pienamente consapevole.
Un momento di tristezza, stress o stanchezza può, ad esempio, innescare pensieri del tipo: “Ecco, ci risiamo”, “Non ce la farò mai”, “Sto di nuovo cadendo”. Questi pensieri, se non riconosciuti, possono alimentare un circolo vizioso di ruminazione mentale, autocritica e sfiducia, gli stessi meccanismi che hanno sostenuto la depressione in passato (Teasdale, 1999).
La MBCT interviene proprio su questo punto cruciale: aiuta a riconoscere precocemente questi segnali mentali e corporei, a interrompere i vecchi automatismi e a rispondere con maggiore consapevolezza e stabilità. Coltivando la presenza mentale, la gentilezza verso se stessi e una diversa relazione con i propri pensieri ed emozioni, è possibile ridurre significativamente il rischio di ricaduta (Kuyken et al., 2016 – The Lancet).
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